Volume V, Issue 3 (17), New series, June – August 2017

Crescita economica, redistribuzione territoriale della poverta’ in Albania

(Economic growth, territorial redistribution of poverty in Albania)

Maria Carmela MICCOLI

Antonella BISCIONE

Abstract: The aim of this paper is to analyse the ways through which a economic growth process conditions the spatial distribution of population and the level of poverty in Albania. All data (IMF, Instat, LSMS, World Bank) still present Albania as a country characterized by contradictions. In this paper we show the main characteristic of the Albanian economic growth process in the last twenty years (par. 2); the main demographic trends of the country (par. 3-4) and then we quantify (par 5-7) the poverty dynamics by using the database of the three LSMS carried out in Albania in 2002, 2005, 2008 and 2012.

 Key words: Economic Growth, Poverty, Elasticity of Poverty.

Introduzione

In questo lavoro intendiamo indagare il rapporto esistente tra i modi attraverso i quali un processo di crescita, se tumultuoso e disomogeneo, influenza la distribuzione territoriale della popolazione  e le manifestazioni della povertà. Lo scopo del nostro studio è il caso albanese. L’Albania è il più povero tra i paesi balcanici “candidati” per unirsi all’UE ed è ora caratterizzata da un processo di crescita sostenuta.

Tuttavia, tutti i dati (FMI, INSTAT, LSMS, Banca Mondiale) mostrano ancora l’Albania come un paese pieno di contraddizioni. In questo articolo presentiamo la caratteristica principale del recente processo di crescita albanese (par. 2); le principali tendenze demografiche del paese (par. 3-4) e infine analizziamo (par 5-7) la dinamica della povertà utilizzando i dati la banca dati dei LSMS effettuate in Albania nel 2002, 2005, 2008 e 2012.

Alcuni caratteri essenziali del processo di crescita albanese

Il processo di trasformazione ed occidentalizzazione dell’Albania, pacificamente avviatosi dopo la caduta del muro di Berlino, è stato inizialmente caratterizzato da esodo massiccio e disordinato per essere poi caratterizzato da forte dipendenza, da un grave momento di incertezza istituzionale (la crisi finanziaria del 1997) e da un ritmo di crescita sistematicamente elevato, sebbene il Paese rimanga, dato il bassissimo livello di partenza, il secondo più povero Paese dell’intera Europa.

Il punto è che il recente vivace processo di crescita dell’Albania è fortemente condizionato dalla dipendenza esterna del Paese: aiuti internazionali, IDE e rimesse degli emigrati consentono, infatti, all’Albania di conservare una bilancia commerciale fortemente deficitaria nonostante il Paese non abbia un grado di apertura particolarmente rilevante. La forte dipendenza dall’estero non è, tuttavia, l’unico segnale di debolezza del processo di crescita e di sviluppo dell’Albania, poiché il processo di modernizzazione dei suoi settori produttivi e delle diverse aree del Paese è ancora in larga misura da compiersi. Fra le tante questioni strutturali che l’osservazione dell’economia albanese pone, ve ne sono alcune che meritano un commento precipuo per la loro interconnessione con i problemi delle povertà. Esaminiamone le principali.

Tav. 1 – Alcuni caratteri strutturali dell’economia albanese

Anno Grado di dipendenza commerciale (A) Grado di dipendenza economica (B) Grado di apertura(C) Incidenza % del PIL agricolo % Occupati agricoli Tasso di disoccu-pazione Tasso di attività della popolazione in età lavorativa
1997 77,9 21,4 33,5 27,2 68,7 14,9 69,9
1998 75,4 23,3 38,5 23,7 70,1 17,8 69,9
1999 69,6 23,5 44,1 21,1 71,4 18,4 68,3
2000 76,4 23,0 37,1 20,1 71,2 16,8 66,2
2001 76,8 25,0 40,2 18,7 57,2 16,4 62,1
2002 77,4 26,2 41,4 18,0 57,2 15,8 61,8
2003 75,9 24,7 40,4 18,6 57,6 15,0 59,6
2004 73,7 23,2 39,7 17,1 58,2 14,4 58,8
2005 74,9 24,1 40,3 15,7 58,2 14,1 54,2
2006 74,1 25,1 42,7 14,9 58,0 13,8 56,5
2007 74,2 28,8 48,9 13,9 57,7 13,2 51,5
2008 74,4 30,0 50,7 13,2 58,4 12,6 52,4
2009 76,1 28,5 46,4 12,8 55,2 13,6 48,5
2010 64,9 23,9 49,9 13,5 55,3 13,5 48,9
2011 62,7 25,4 55,6 18,2 45,4 14,0 55,4
2012 58,1 22,1 54,0 18,8 47,4 13,4 55,6
2013 50,7 18,7 55,2 19,6 45,0 14,6 53,3
2014 52,1 19,8 56,3 19,9 42,7 11,0 53,5
Note:(A) Grado di dipendenza commerciale  = 100*(Import-Export)/Import
(B) Grado di dipendenza economica  = 100*(Import-Export)/PIL
(C)Grado di apertura = 100*(Import+Export)/PILFonte: ns. elaborazione su dati INSTAT

Come avviene in tutte le economie agli inizi del processo di sviluppo, il ruolo dell’agricoltura è, in Albania, ancora abbastanza alto, soprattutto se esso è valutato in termini di contributo all’occupazione. Nonostante il ridimensionamento in atto del ruolo (misurato attraverso l’apporto al PIL) esercitato dall’agricoltura, tuttavia, la quota degli occupati agricoli sull’occupazione totale è particolarmente elevata, ”troppo” elevata. È corretto ritenere, pertanto, che nel caso albanese l’agricoltura, grazie ai meccanismi di solidarietà interni alle aziende a conduzione familiare, contenga larghe frange di sottoccupazione e che quindi essa possa, nascondendo  disoccupazione, contenere anche povertà. Ma essa costituisce anche, proprio per questa ragione, un potente contenitore di forza lavoro alla quale attingono due importanti processi della trasformazione sociale in atto: la progressiva terziarizzazione dell’economia e la conseguente progressiva urbanizzazione della popolazione. Anche la città, tuttavia, nasconde sacche presumibili di povertà sia per l’elevato tasso di disoccupazione che per la presumibile presenza di una forte frangia di disoccupazione nascosta desumibile dal progressivo rapido abbassamento del tasso di attività.

 

Le principali dinamiche demografiche del contesto albanese

I dati concernenti la popolazione albanese hanno fatto emergere segnali di cambiamento dai quali deriva la necessità di un ripensamento delle valutazioni demografiche, economiche e sociali fin qui acquisite.

In precedenti occasioni,[1] avevamo posto in evidenza come il tasso sviluppo naturale della popolazione albanese fosse da annoverare tra i più elevati registrati in Europa. In conformità con quanto previsto dalla teoria della transizione demografica, esso era il frutto di un tasso di natalità particolarmente elevato, anche se in progressiva e lenta diminuzione, e di un tasso di mortalità in sistematica e rapida contrazione. Dall’inizio degli anni ’90 in poi, inoltre, come effetto demografico aggiuntivo dell’apertura dell’Albania al mondo occidentale ed all’UE, la forte emigrazione, soprattutto verso la Grecia  e l’Italia, paesi contigui caratterizzati, per gli albanesi, da notevole forza di attrazione per l’elevato divario di reddito pro capite, ha giocato il ruolo di forza stabilizzatrice dell’ammontare complessivo della popolazione totale, che era cresciuta notevolmente nel secondo dopoguerra, passando dai 1.228.500 abitanti del 1951 ai 3.255.900 del 1990 per poi rimanere sostanzialmente stabile (solo 3.195.000) fino al  2010.

Oggi, il graduale e positivo sviluppo demografico che appariva aver caratterizzato l’ultimo decennio appare nettamente dissolto, infatti, l’Albania ha registrato una forte contrazione della popolazione.

L’azzeramento dell’apparente tendenza alla crescita, inoltre, non è l’unica forte inversione di tendenza della quale occorra prendere atto. Si pensi, ad esempio, alla struttura per sesso della popolazione: dal censimento del 1989 sembrava si stesse realizzando un guadagno della presenza femminile anche, se non soprattutto, come effetto dell’emigrazione, inizialmente prevalentemente maschile. Alla luce del nuovo censimento, sembra oggi evidente che, dopo il sorpasso intervenuto all’inizio del nuovo millennio, il rapporto tra i sessi è tornato (ma in modo molto contenuto) a vantaggio della popolazione maschile. La lettura congiunta dei due segnali consente di affermare che sia esistita una netta sottovalutazione dell’emigrazione, soprattutto per quel che riguarda la componente femminile.

Tav 2.  Evoluzione e distribuzione della popolazione albanese 1998- 2015 (.000 abitanti)

Anno Maschi Femmine Totale Popolazione Urbana Popolazione Rurale Pop.Urbana/ Pop Totale
1998 1536,9 1524,6 3061,5 1229,7 1831,8 40,17
1999 1523,9 1525,3 3049,2 1240,2 1808,9 40,67
2000 1531,7 1526,8 3058,5 1259,6 1798,9 41,18
2001 1527,5 1535,8 3063,3 1277,1 1786,2 41,69
2002 1537,7 1546,4 3084,1 1300,6 1783,6 42,17
2003 1546,7 1556,1 3102,8 1342,2 1760,6 43,26
2004 1554,7 1564,8 3119,5 1369,0 1750,6 43,89
2005 1562,0 1573,0 3135,0 1396,0 1739,0 44,53
2006 1578,6 1570,5 3149,1 1513,3 1635,8 48,05
2007 1582,3 1570,3 3152,6 1544,5 1608,1 48,99
2008 1593,0 1577,0 3170,0 1541,0 1629,0 48,61
2009 1592,4 1601,5 3193,9 1557,3 1636,6 48,76
2010 1605,7 1589,3 3195,0 1589,6 1605,4 49,75
2011 1455.7 1451.7 2907.4 1552.7 1354.7 53.41
2012 1454.5 1447.7 2902.2 1575.6 1326.6 54.29
2013 1457.1 1441.2 2898.3 1615.8 1282.5 55.75
2014 1459.5 1435.5 2895.0 1651.4 1243.6 57.04
2015 1461.5 1430.8 2892.3 1654.4 1237.9 57.20

Fonte: ns. elaborazione su dati INSTAT

L’ultima rilevante trasformazione resa evidente dai primi dati sul Censimento generale della popolazione è il forte cambiamento della distribuzione della popolazione totale albanese sul territorio nazionale. Tale consistente redistribuzione è testimoniata sia dal progressivo mutamento del rapporto tra popolazione urbana e quella rurale che dal mutato peso delle periferie territoriali rispetto all’asse forte centrale del Paese: l’asse Tirana-Durazzo.

I cambiamenti politici, istituzionali ed economici vissuti dal Paese hanno implicato la comparsa e la crescita di una duplice intensa mobilità territoriale, rivolta tanto verso l’esterno (soprattutto verso la Grecia e l’Italia), che verso l’interno del Paese, provocando, insieme al suo ridimensionamento, anche una consistente redistribuzione settoriale e territoriale della popolazione.

Il processo di urbanizzazione in Albania  

Il progressivo processo di urbanizzazione ha riguardato, ma in modo non uniforme l’intero Paese ed è sicuramente stato accompagnato da una consistente redistribuzione territoriale della popolazione, poiché le prefetture altamente urbane sono rimaste essenzialmente le tre di sempre: Tirana, la capitale, e le due città portuali di Durazzo e Valona.

Tav 3. Il grado di urbanizzazione delle 12 prefetture albanesi, MF, 2005-2015

Prefettura (Popolazione urbana/Popolazione totale)*100 – MF
2005 2006 2007 2008 2009 2011 2012 2013 2014 2015
Berat 41,05 41,19 40,86 40,83 41,20 45,75  44.02  43.97  43.37  44.18
Dibёr 18,68 18,36 17,87 18,13 18,57 26,16  25.71  26.16  26.11  26.50
Durrёs 57,27 57,45 57,44 57,42 57,96 75,03  76.47  79.75  83.30  83.15
Elbasan 36,34 36,63 36,40 36,45 36,86 39,51  38.84  39.11  39.01  39.26
Fier 32,43 32,59 32,34 32,36 32,71 40,31  40.00  40.60  40.81  41.24
Gjirokastёr 41,56 41,84 41,70 41,66 42,03 50,03  50.54  50.83  50.22  51.26
Korςё 39,87 40,54 40,31 40,28 40,65 40,08  39.31  39.40  39.20  39.60
Kukёs 23,43 24,72 24,79 22,93 23,19 34,08  33.84  34.79  35.14  35.62
Lezhё 31,72 31,99 31,75 31,83 32,22 54,63  56.16  59.12  61.77  62.51
Shkodёr 38,89 39,02 38,60 38,61 39,01 44,31  12.59  44.72  44.93  45.56
Tiranё 70,28 72,94 72,49 72,86 73,56 70,32  72.14  74.38  77.25  76.17
Vlorё 59,31 61,65 66,73 68,45 69,12 63,95  66.64  67.85  68.97  68.99
Albania 46,74 48,24 48,46 48,69 49,26 53,74  54.29  55.75  57.04  57.20

Fonte: ns. elaborazione propria su dati INSTAT

I dati disaggregati ci rimandano un’immagine differenziata del Paese, che si svuota consistentemente in tutte le periferie a vantaggio dell’unica area forte dell’Albania, l’asse centrale Tirana-Durazzo che include la cittadina di Krujë e, soprattutto, che accoglie l’unica struttura aeroportuale del Paese, l’aeroporto “Madre Teresa di Calcutta”.

Tav 4. Popolazione totale residente per le singole prefetture, 2005-2015

Prefetture Popolazione totale residente Quota % di popolazione residente
2005 2015 Δ 2005-15 Δ % 2005-15 2005 2015 Δ 2005-15
Berat 176994 142644 -34350 -19.41  5.86  4.93 -0.93
Dibër 172590 136443 -36147 -20.94  5.72  4.72 -1.00
Durrës 254243 276124 21881  8.61  8.42  9.55  1.13
Elbasan 339461 301324 -38137 -11.23  11.24  10.42 -0.82
Fier 362086 314935 -47151 -13.02  3.32  2.50 -0.82
Gjirokastër 100179 72183 -27996 -27.95  3.32  2.50 -0.82
Korçë 251918 224111 -27807 -11.04  8.34  7.75 -0.59
Kukës 103173 85440 -17733 -17.19  3.42  2.95 -0.46
Lezhë 152360 136781 -15579 -10.23  8.14  7.55 -0.59
Shkodër 245800 218470 -27330 -11.12  8.14  7.55 -0.59
Tiranë 667405 800791 133386  19.99  22.10  27.69  5.58
Vlorë 193425 183056 -10369 -5.36  6.41  6.33 -0.08
Albania 3019634 2892302 -127332 -4.22 100  100.00 0.00

Fonte: ns. elaborazione su dati INSTAT

L’unica realtà capace di manifestare relativa stabilità sembra essere stata quella di Valona che, pur perdendo qualche migliaio di abitanti ha guadagnato qualcosa in termini relativi. I flussi esterni di capitali (pubblici e privati) e di iniziative imprenditoriali si sono essenzialmente localizzati nell’asse centrale del Paese innescando, a livello macroeconomico, un processo di crescita più rapido e vivace di quello che ha caratterizzato gli altri Paesi Balcanici non UE.[2] Conseguentemente, secondo l’ipotesi di Kuznets sulla dinamica tendenziale delle diseguaglianze in un’economia in crescita, all’interno di un Paese inizialmente poverissimo le distanze interpersonali e territoriali di reddito sono aumentate. L’aprirsi di divari di reddito consistenti ha a sua volta generato massicci spostamenti di popolazione dalle aree deboli (zone rurali e periferie del Paese) verso l’area nazionale che si andava rinforzando (asse Tirana-Durazzo) e verso le aree “ricche” rappresentate dagli stati UE “contigui”: Italia e Grecia.

È in conformità a questa particolare lettura delle dinamiche differenziali interne all’Albania che abbiamo implementato (si vedano i paragrafi che seguono) la nostra analisi territoriale del grado di diffusione e delle dinamiche territoriali della povertà in Albania.

La metodologia utilizzata per scomporre le determinanti della povertà

Il processo di riduzione progressiva della povertà, intesa in termini assoluti, dipende dall’azione cumulata di due fattori. Il loro primo è l’aumento del reddito medio pro capite a parità di distribuzione dei redditi (effetto crescita); il secondo è il miglioramento della distribuzione dei redditi a parità di livello del reddito medio (o della spesa media) pro capite (effetto diseguaglianza, o effetto redistribuzione).

Al fine di quantificare l’intensità di questi effetti è possibile fare ricorso a differenti metodologie. L’approccio sviluppato da Kakwani[3]  può essere considerato “statico” poiché consente di quantificare le due forze anche avendo i dati relativi ad una sola indagine. La metodologia da lui elaborata consente anche in questo caso di derivare la sensibilità della povertà rispetto al reddito medio e rispetto alla diseguaglianza. Gli approcci “dinamici” di Datt & Ravallion[4] e di Shorrocks[5] richiedono, invece, il ricorso a informazioni derivanti da indagini (almeno due) comparabili e ripetute nel tempo; ed è solo se sussistono queste due condizioni che è possibile ricorrere a questi due approcci che consentono di scomporre la variazione della povertà nella componente che riflette l’effetto della crescita e nell’altra che rappresenta l’effetto diseguaglianza. Le tre metodologie sono di tipo microeconomico e definiscono la povertà come una variabile che dipende sia dalla crescita economica sia dal livello di diseguaglianza, quindi si ipotizza che la crescita economica si riflette in un incremento del reddito medio calcolato facendo riferimento ai dati dell’indagine. Tuttavia, data la differenza che sussiste tra la crescita economica, misurata mediante l’utilizzo delle indagini e quella a livello macroeconomico, cioè relativa alla contabilità nazionale, l‘utilizzo della prima, presuppone la seguente ipotesi di base: la crescita del PIL si traduce direttamente in una crescita dei redditi delle famiglie.

Quest’approccio permette di derivare l’elasticità della povertà rispetto al reddito medio (spesa media per i consumi) e alla diseguaglianza, misurata attraverso la curva di Lorenz, cioè consente di valutare le variazioni della povertà a seguito di mutamenti del reddito medio e dell’indice di Gini.

Secondo Kakwani, l’indice di povertà è funzione di tre elementi: la soglia di povertà (Z), il reddito (o il consumo) medio pro-capite ed infine la diseguaglianza dei redditi catturata dalla curva di Lorenz che è caratterizzata da K parametri .

Se la soglia di povertà resta costante, le variazioni della povertà possono essere espresse nel seguente modo:

Questa relazione scompone la variazione della povertà in due componenti: il primo misura l’effetto della crescita pura, il secondo rappresenta l’effetto della diseguaglianza. Gli effetti finora considerati agiscono direttamente sulla variazione della povertà, altri, come il grado di diseguaglianza iniziale o il livello di sviluppo, possono influenzare tale variazione in maniera indiretta.

Se consideriamo la classe degli indici di povertà FGT, dove:

La funzione  presenta le seguenti caratteristiche: è omogenea di grado zero in relazione a Z e X,

E considerando le peculiarità della curva di Lorenz

 

Sostituendo poi nella Pα si ottiene

Inoltre, dato che x/z= [1-(1-x/z)], l’elasticità della povertà rispetto al reddito medio o al consumo medio è  per α≠0

per α=0

Per l’ultimo caso, aumento dell’1% del reddito o della spesa media, permette di individuare la percentuale di popolazione povera che potrebbe uscire dallo status di povero (soprattutto la popolazione povera situata subito sotto la soglia di povertà).

Con α≥1 si verifica una maggiore ponderazione della popolazione povera, permettendo una migliore valutazione degli effetti della variazione del reddito e della spesa nei differenti scaglioni di poveri.

Kakwani[6] ha dimostrato come le variazioni della povertà  causate dall’effetto diseguaglianza possano essere valutate dal rapporto tra l’elasticità di e il coefficiente standard di Gini

Se la soglia di povertà è minore del reddito medio, il termine (xµ) è negativo, poiché x Є [0, Z].

Inoltre poiché , l’elasticità dell’indice  , in relazione al coefficiente di Gini standard, sarà positiva.

Per il calcolo dell’elasticità dell’indice , in relazione all’indice di Gini standard, Kakwani (1993) ha ipotizzato uno traslazione della curva di Lorenz in funzione di un parametro β uguale alla variazione proporzionale dell’indice di Gini. Sapendo che, una variazione della diseguaglianza modifica il livello di povertà, e supponendo il livello del reddito o del consumo medio costante, lo spostamento della curva di Lorenz può essere inteso come un cambiamento della soglia di povertà da Z a Z*, dove  Considerando le ipotesi assunte in precedenza, l’elasticità λPrelativa a P0, assume la seguente forma:

Nel caso in cui la povertà è influenzata sia dalla variazione del reddito medio che della diseguaglianza dei redditi è possibile identificare un tasso marginale di sostituzione proporzionale.

Questo rapporto permette di valutare in che termini debba crescere il reddito o la spesa media per compensare un aumento del coefficiente di Gini per arrestare, o almeno evitare, ulteriori incrementi del livello di povertà.

Dati e distribuzione geografica della povertà in Albania 

I dati utilizzati per l’analisi della povertà in Albania fanno parte della Living Standard Measurement Survey, indagine è stata condotta nel 2002, 2005, 2008 e 2012 da parte dell’Istituto Nazionale di Statistica albanese in collaborazione con la Banca Mondiale. L’indagine ha riguardato un campione di 3599 famiglie nel 2002 e nel 2008, uno di 3638 famiglie nel 2005 ed infine uno di 6671 nuclei familiari nel 2012. La variabile utilizzata per l’analisi in questione è la spesa per i consumi e non il reddito. Quest’ultimo presenta alcuni limiti, è generalmente sottostimato ed ha una maggiore variabilità rispetto alla spesa per consumi. Per dividere la popolazione povera da quella non povera è stata utilizzata una soglia di povertà pari a 4.891 Lek fissata dall’INSTAT. Infine, per descrivere le tre dimensioni della povertà in Albania sono stati utilizzati gli indici proposti da Foster, Greer e Thorbecke[7] e per avere la rappresentatività a livello nazionale si è tenuto conto delle regole di ponderazione. L’obiettivo di questo lavoro è analizzare il legame tra crescita economica e povertà nel tempo e nello spazio. Prima di passare a questa tipologia di analisi è necessario osservare come la povertà è ripartita tra le differenti zone geografiche e per i quattro anni.

 Tav 5. Distribuzione della povertà in Albania, 2002-2012

Indici della povertà 2002 2005 2008 2012
Urbano Rurale Nazionale Urbano Rurale Nazionale Urbano Rurale Nazionale Urbano Rurale Nazionale
Incidenza della povertà (in %)
FGT0 19,49 29,60 25,30 11,19 24,25 18,51 10,06 14,60 12,38 13,31 15,53 14,31
Intensità della povertà (in %)
FGT1 4,47 6,59 5,71 2,33 5,31 4,00 1,98 2,64 2,31 2,84 3,10 2,96
Severità della povertà (in %)
FGT2 1,60 2,14 1,91 0,80 1,75 1,33 0,60 0,70 0,66 0,91 1,03 0,97

Fonte: ns elaborazione su dati LSMS

Utilizzando come spartiacque la linea di povertà assoluta calcolata dall’Instat, nel 2002 a livello nazionale il 25.38% della popolazione albanese presentava una spesa per consumi inferiore alla linea di povertà. Tra il 2002 ed il 2005 la percentuale dei poveri si è ridotta notevolmente passando al 18,50%. Anche le altre forme di povertà hanno subito una sostanziale riduzione. Infatti, l’intensità della povertà ha registrato una riduzione pari all’1,71%, mentre la severità della povertà ha conosciuto una diminuzione pari allo 0,58%. Se si considerano sempre questi indici ma in relazione all’ambito di residenza si osserva che il livello di povertà si è ridotto drasticamente. Inoltre, è importante segnalare che la riduzione degli indici Pα non è uniforme. Infatti, tra il 2002 e il 2005, la riduzione dell’incidenza della povertà nelle aree urbane è dell’8,3%, mentre le zone rurali hanno registrato una riduzione del 5,35%. Pertanto, la povertà si è ridotta di più nelle zone urbane che in quelle rurali e questa differenza è evidente anche osservando le altre due dimensioni della povertà. Anche tra il 2005 e il 2008 l’Albania ha registrato una notevole riduzione della povertà. L’incidenza di povertà a livello nazionale è passata dal 1851% al 12,40% registrando una variazione pari al 6,13%. Invece, per quanto riguarda la variazione dell’intensità e della severità sono rispettivamente pari all’1,69% e allo 0,67%. Questi risultati non si discostano molto da quelli registrati nel triennio precedente. Se osserviamo le variazioni registrate nei due ambiti geografici oggetto di analisi, si evince una forte riduzione dell’incidenza della povertà pari al 9,61% nelle aree rurali. Questa riduzione della povertà riguarda anche le altre due dimensioni della povertà. Invece, le aree urbane hanno conosciuto solamente un lieve decremento del numero degli individui poveri. La situazione non muta se si analizzano le altre forme di povertà. Dall’analisi dell’evoluzione della povertà tra il 2005 e il 2008 si evince che le aree urbane non hanno conosciuto una variazione della povertà. Al contrario, durante l’arco temporale 2008-2012 l’Albania ha registrato un incremento della popolazione indigente passando dal 12,38% al 14.31%. Queste percentuali non cambiano se si analizzano le altre forme di povertà. Infine l’analisi della povertà per il periodo completo mette in evidenza una riduzione di questo fenomeno. A livello nazionale il tasso di povertà è passato dal 25,38% al 14,31%, l’intensità della povertà dal 5,71% al 2,96% ed infine la severità dall’1,91% allo 0.97%. Se invece si osservano le variazioni registrate nelle due aree geografiche analizzate, si constata una maggiore diminuzione della povertà nelle aree rurali rispetto alle aree urbane. Infatti, il tasso di povertà si è ridotto di circa quindici punti percentuali nelle zone rurali contro una riduzione pari al 6,18% in quelle urbane.

L’analisi dell’evoluzione della povertà in Albania ci permette di affermare che una buona parte di questi risultati positivi è da attribuire sia alla notevole crescita economica che all’aumento registrato delle pensioni e dei salari. Inoltre, è anche aumentata la spesa per i consumi soprattutto quello destinata all’istruzione.

Alcuni risultati empirici

I valori delle elasticità degli indici di povertà (Pα) rispetto alla spesa media per i consumi e all’indice di Gini utilizzando l’approccio statico sviluppato da Kakwani[8]  sono presenti nella tabella n.6. Questo approccio permette di osservare i legami che sussistono tra di loro utilizzando il tasso proporzionale marginale di sostituzione. Sulla base di questi coefficienti, saranno discussi i principali tratti che riguardano i legami tra crescita economica, diseguaglianza e povertà. È importante notare che il valore assoluto dell’elasticità della povertà rispetto alla spesa per i consumi medi è maggiore dell’unità, per tutte le forme di povertà (incidenza, intensità ed infine severità) e a tutti i livelli (urbano, rurale e nazionale). Di conseguenza, un incremento della crescita economica provoca una riduzione della povertà in tutte le sue forme e qualunque sia l’ambito geografico analizzato. Al contrario, è importante segnalare che, se la crescita è negativa, la povertà in tutte le sue dimensioni rischia di aumentare, soprattutto se questa decrescita non è accompagnata da una riduzione della diseguaglianza, poiché quest’ultima sarebbe in grado di compensare l’accentuazione della povertà.

Tav 6. Elasticità degli indici di povertà rispetto alla spesa media pro-capite e all’indice di Gini, e tasso marginale proporzionale di sostituzione (TMPS)

Anno Elasticità della povertà rispetto alla spesa media per i consumi Elasticità della povertà rispetto all’indice di Gini TMPS
Urbano Rurale Nazionale Urbano Rurale Nazionale Urbano Rurale Nazionale
Incidenza della povertà  (FGT0)
2002 -2,05 -2,89 -2,53 1,44 1,52 1,50  0,70 0,53 0,59
2005 -1,94 -3,39 -2,74 2,05 2,58 2,36 1,76 0,76 0,96
2008 -3,29 -3,67 -3,60 3,13 3,93 3,49  0,95 1,08 0,97
2012 -2.99 -4.09 -3.47 2.65 3.39 2.99 0.88 0.83 0.86
Intensità della povertà  (FGT1)
2002 -2,63 -4,03 -3,45 3,14 4,05 3,64 1,19 1,70 1,76
2005 -2,21 -4,73 -3,62 3,56 6,39 4,99  1,51 1,35 1,38
2008 -3,10 -4,62 -3,91 4,64 7,56 5,75  1,50 1,54 1,47
2012 -3.62 -4.24 -3.90 4.75 5.49 5.04 1.31 1.30 1.41
Severità della povertà  (FGT2)
2002 -3,00 -4,65 -3,96 4,85 6,16 5,54  1,51 1,32 1,40
2005 -2,29 -5,33 -3,99 4,87 9,52 7,17  2,13 1,79 1,80
2008 -3,88 -5,05 -4,5 7,49 10,11 8,29  1,93 2,70 1,94
2012 -3.95 -4.28 -4.10 6.80 7.66 7.11 1.72 1.79 1.87

Fonte: ns elabarorazione su dati LSMS

Esaminando i valori presenti in tabella, è possibile rilevare che la sensibilità della povertà rispetto alla crescita economica è aumentata tra il 2002 e il 2012, soprattutto nelle aree rurali. In effetti, l’elasticità dell’incidenza della povertà è passata da -2,05 a -2,99 nelle aree urbane e da -2,89 a -4,09 in quelle rurali. Questa sensibilità diviene più pronunciata se si osservano le altre dimensioni della povertà. Infatti, l’elasticità della povertà ha subito una sostanziale variazione passando da -2,63 a -3,62 nelle aree urbane e da -4,03 a -4,24 in quelle rurali. Quanto alla sensibilità della severità della povertà, essa è diminuita a livello rurale (da -4,65 a -4,28 tra il 2002 ed il 2012) mentre nelle aree urbano ha registrato un notevole incremento ( da -3 a -3,95 per lo stesso periodo). In altre parole, è possibile sottolineare che la crescita economica, ipotizzando neutra la diseguaglianza della distribuzione dei redditi, ha un impatto maggiore nelle aree rurali che in quelle urbane e soprattutto sugli individui estremamente poveri. Quanto affermato in precedenza è corroborato dal fatto che il valore dell’elasticità della povertà, per il periodo considerato, è generalmente superiore a livello rurale rispetto a quello urbano. Pertanto, un incremento pari all’1% del reddito medio ridurrà in misura maggiore la povertà, in tutte le sue dimensioni, nelle aree rurali rispetto a quelle urbane. In altre parole, ceteris paribus, è necessario una crescita economica più pronunciata per ridurre la povertà urbana piuttosto che la povertà rurale. Al contrario, una decrescita economica sarà più generatrice di povertà rurale che di povertà urbana. Inoltre, è importante notare la sensibilità della povertà rispetto alla crescita economica tra gli individui più poveri. Infatti, se l’elasticità della povertà aumenta quando la popolazione più povera è meglio ponderata meglio. In altre parole, è possibile affermare che la crescita economica potrebbe avere un impatto maggiore sulla popolazione estremamente povera rispetto alle classi intermedie. A livello nazionale, invece, è possibile costatare come l’elasticità della povertà, per il periodo oggetto di analisi, presenta un andamento crescente, per tutte e tre le dimensioni della povertà. In particolare, tra il 2002 ed il 2008, essa è passata da -2,53 a -3,47  se consideriamo l’incidenza della povertà, da -3,45 a -3,90 se osserviamo l’intensità della povertà ed infine, da -3,96 a -4,10 se focalizziamo l’attenzione sulla severità della povertà. Inoltre, è possibile evidenziare come i suddetti valori delle elasticità stimate su scala nazionale si situino tra i valori osservati a livello urbano e rurale.

Nell’ultima parte della tabella sono presenti i valori relativi al tasso marginale proporzionale di sostituzione (TMPS). Quest’ultimo indica di quanto deve aumentare l’effetto crescita per compensare l’effetto diseguaglianza al fine di non provocare un incremento del livello di povertà. Dall’analisi dei risultati ottenuti si evince che se si osservano gli individui estremamente poveri questo TMPS aumenta notevolmente. Pertanto, per frenare un eventuale peggioramento del livello di povertà in termini di intensità e di severità, a seguito di un aumento del livello di diseguaglianza, è necessario un effetto compensativo della crescita economica molto rilevante. Inoltre, poiché il TMPS aumenta quando la popolazione povera è ponderata meglio è possibile affermare che solo considerando l’intensità e la severità della povertà si riesce a comprendere la natura dei legami che sussistono tra la crescita, la diseguaglianza e la povertà. Invece, se si osservano i valori concernenti l’incidenza della povertà si nota che quasi tutti sono inferiori all’unità. Questi risultati non fanno altro che mettere in risalto la forte sensibilità dell’elasticità della povertà alla crescita economica. Infatti, anche se l’effetto diseguaglianza rischia di affievolire l’impatto positivo della crescita economica, esso non è mai così elevato da provocare un incremento del livello di povertà.

Conclusioni

L’analisi svolta aveva l’obiettivo di indagare sul legame tra crescita economica e povertà, attraverso la metodologia sviluppata da Kakwani[8], in un paese dove la transizione economica è ancora in atto. L’Albania, infatti, sta facendo numerosi sforzi per conformarsi agli standards economici e politici che contraddistinguono i paesi appartenenti all’Unione Europea. Alcune considerazioni meritano attenzione: (i) la povertà in Albania è molto sensibile alla crescita economica, anche se gli effetti benefici che derivano dalla crescita sono stati ridotti dall’aumento del livello di diseguaglianza; (ii) coloro che hanno beneficiato maggiormente degli effetti della crescita, ma allo stesso tempo hanno sofferto a causa dell’incremento del livello di diseguaglianza sono gli individui estremamente poveri; (iii)  gli effetti della crescita molto  più evidenti nelle aree rurali, rispetto a quelle urbane; e (iv) gli effetti derivanti dalla variazione della distribuzione relativa dei redditi sono più marcati nelle aree urbane. Per concludere, possiamo quindi affermare che per ridurre la povertà nelle aree rurali si potrebbe puntare quasi unicamente sulla crescita economica, al contrario, nelle aree urbane, la sola crescita economica non basta, infatti è necessario implementare anche delle  politiche volte a stabilizzare la diseguaglianza.

 

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Note

[1] G., Ancona, „Le economie mediterranee tra convergenza e divergenza”, Studi sull’integrazione europea, 2008, anno

III, n. 2, pp.397-408 și M.C., Miccoli, G. Ancona e A., Biscione, „Dinamica demografica, crescita economica e povertà

in Albania”, 2009, Dipartimento di scienze economiche e statistiche dell’Università di Salerno, working paper n. 3.207;

[2] N. Kakwani, Poverty and Economic Growth with application to Côte d’Ivoire, University of New South Wales, 1993.

[3] Datt, G. and M. Ravallion, “Growth and redistribution components of changes in poverty measures”, Journal of Development Economics, 1992, 38, 275-295.

[4] Shorrocks, A. F., Decomposition Procedures for Distributional Analysis: A Unified Framework Based on the Shapley Value ,  mimeo, University of Essex, 1999.

[5] N.Kakwani, „Poverty and Economic Growth with application to Cote d’Ivoire”, op.cit., pp.121-139;

[6] J. Foster, J. Greer, E. Thorbecke, „A Class of Decomposable Poverty Measures”, Econometrica,  1984, Vol.52, pp. 761-765;

[7] N. Kakwani, Poverty and Economic Growth with application to Côte d’Ivoire, op.cit.

[8]  N. Kakwani, , «Poverty and Economic Growth with Application to Côte d’Ivoire», 1993, Review of Income and Wealth,Vol.39, pp.121-139,  op.cit.

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