Coordonatori: Sabin Drăgulin, Sorin Bocancea și Angelo Chielli
Volum XIV, Nr. 2 (52), Serie nouă, martie-mai 2026
Dalla distopia alla norma: il dispositivo meritocratico nelle postdemocrazie europee
Mario DI PUMPO
Abstract: This contribution aims to analyze the ideological reconfiguration of the concept of meritocracy within the European space, reconstructing its genealogy and examining its semantic shift from its original dystopian meaning to its current normative function. Within the framework of “neoliberal post-democracy,” meritocratic discourse emerges as an ideological device that legitimizes inequalities, depoliticizes conflict, and reinforces technocratic elites. Intertwined with populist and identitarian rhetorics, it ultimately contributes to redefining citizenship and social justice in European democracies, often structured along national, cultural, and gender cleavages.
Keywords: Meritocracy; Postdemocracy; Technocracy; Social Conflict; Neopopulism.
Ormai nevralgico nel lessico politico europeo, il concetto di meritocrazia è divenuto, negli anni, vettore di legittimazione di politiche distributive e criteri di selezione delle élite. Tale centralità è tuttavia il risultato di una profonda riconfigurazione ideologica, e gerarchica, che ne ha progressivamente favorito il rovesciamento del significato originario. Apparso per la prima volta in un articolo di Alan Fox nel 19561, il lemma meritocracy fu successivamente stabilizzato nel “vocabolario” politico da Michael Young nel 19582. Tale concetto designava, in chiave distopica, attraverso un racconto sociologico dal tono satirico, una società rigidamente stratificata in cui le disuguaglianze radicali venivano legittimate attraverso criteri apparentemente oggettivi, considerati il frutto dei meriti individuali di quella nuova élite della conoscenza, affermatasi nel sistema post-industriale, educata alla iper-competitività e poco attenta all’ideale comunitario.
Nonostante l’apparente senso comune dei suoi significati intrinseci, negli anni Settanta il concetto di meritocrazia è stato oggetto di un importante slittamento semantico nel contesto americano, successivamente trasposto in Europa. Con la pubblicazione di On meritocracy and equality del 1972, il sociologo Daniel Bell fornisce, infatti, l’impulso decisivo per il consolidamento di un nuovo tipo di narrazione del potere del merito che permeava la società post-industriale e trasformava l’idea, e i requisiti, dell’attribuzione del successo. Oltre a prendere le mosse da una concezione ereditaria dell’intelligenza, la torsione di Bell mette in luce come sin dalle origini il concetto di meritocrazia contribuisse a minare significativamente le politiche sociali e i sistemi, comunemente intesi, di welfare state. In tal senso, lo studioso, nella fase storica successiva alle rivolte sessantottine, e ancora segnata dalle grandi trasformazioni politiche e sociali, sosteneva la necessità di “preservare le gerarchie di reddito”, ritenendo che “le critiche alla disparità di fortune non venivano dal senso di ingiustizia ma dall’invidia e dal risentimento, nel senso di Nietzsche e di Scheler, connaturati a una società democratica, che dà a tutti le stesse opportunità in linea di principio”3. Tale risignificazione, dunque, ha essenzializzato la logica del potere del merito e ne ha sollecitato l’istituzionalizzazione, in quanto principio regolativo per i modelli politici, economici, comportamentali e relazionali. Complice altresì l’ascesa di governi neoliberisti come quelli guidati da Margaret Thatcher e Ronald Reagan, il merito è stato ritenuto un criterio orientativo per una giusta guida della società e, al contempo, un parametro in grado di giustificare le più macroscopiche disuguaglianze sociali e lavorative.
Volgendo lo sguardo alla legittimazione postdemocratica4 – intesa come giustificazione di assetti formalmente democratici, e tuttavia segnati da un progressivo inaridimento del principio di eguaglianza – operata dal dispositivo meritocratico, si rileva la sua capacità di presentarsi in forme differenti nei contesti nazionali dell’Unione Europea. Ciononostante, esso mantiene una funzione di naturalizzazione delle disuguaglianze, facilitando processi di svuotamento della partecipazione democratica e di rafforzamento delle élite tecnocratiche, e si configura altresì come strumento retorico di neutralizzazione della critica al sistema neoliberista. Difatti, uno dei primari obiettivi della cosiddetta razionalità neoliberale5 riguarda i processi di disciplinamento della collettività: è in questo passaggio che si verifica l’indebolimento delle democrazie e che le disuguaglianze sociali vengono normalizzate fino ad essere assunte come criteri legittimi di organizzazione sociale. Tuttavia, nelle fratture manifestatesi con la crisi finanziaria del 2008, il populismo è riemerso con forza, spesso in una declinazione sovranista, come risposta al punto di svolta delle democrazie liberali causato tanto dalla crisi di rappresentanza quanto dall’acuirsi delle asimmetrie di potere prodotte dal neoliberismo. In questo orizzonte, le gerarchie riconfigurate da classe, razza e genere hanno permesso ai populismi sovranisti di promuovere una stabilizzazione “reazionaria” della crisi, favorendo un’alleanza tra neoliberismo e populismo che Luigi Ferrajoli ha definito “perversa”6. Il giudizio di Ferrajoli ha peraltro rivelato come questa alleanza si fondi su tre capisaldi: il rapporto di complementarità tra neoliberismo e populismo sovranista, la funzionalità di quest’ultimo al neoliberismo nel momento in cui il primo il primo viene cooptato dai processi finanziari e, infine, il terreno comune tra i due: la minaccia costante ai vincoli costituzionali. In tale cornice, dunque, si assiste a un doppio movimento: il neoliberismo riconfigura i diritti fondamentali in funzione delle dinamiche di mercato; il neo-populismo, invece, riafferma il primato della sovranità statale sui diritti fondamentali.
In un orizzonte postdemocratico come quello che ha ridisegnato assetti politici, economici e sociali sia nazionali sia europei, il neo-populismo – inteso come fenomeno politico complesso, caratterizzato da una accentuata componente di reazione sociale, anche anti-elitaria, da una visione punitiva verso lo Stato sociale e da marcate tendenze securitarie che si oppongono a diritti civili e sociali – salda, oltretutto, leadership ed elettorato. In tal modo, esso contribuisce a ristrutturare le cornici interpretative condivise e a ridefinire le gerarchie di priorità nel discorso pubblico. In questa tensione si assiste a un ritorno di valori che rimettono al centro la famiglia, il patriottismo e le tradizioni, nonché a una rinnovata enfasi sui soggetti ritenuti “meritevoli”, sullo sfondo del declino delle norme condivise che strutturano la convivenza democratica. Finanche il demos subisce qui un processo di risignificazione, al punto di presentarsi come un insieme di individui auto-imprenditori di sé chiamati al mero consumo di prodotti e fruitori di pratiche e politiche generate da populismo di mercato, populismo del capitale e populismo corporativo.
A seguito di questo processo di ridefinizione emerge un quadro che presuppone l’impossibilità di eliminare le disuguaglianze, in quanto concepite come condizione strutturale delle dinamiche competitive e dei meccanismi di incentivazione, alimentando così una crescente accumulazione di capitale che, a sua volta, sostiene l’illusorio effetto positivo del principio di trickle-down. Inoltre, emerge una dinamica bifronte: da un lato, le disuguaglianze tendono a rimanere opache al corpo sociale; dall’altro, la loro crescente intensità si traduce in una maggiore tolleranza collettiva, resa possibile da persistenti processi di normalizzazione e naturalizzazione. In questa configurazione, la meritocrazia si afferma come dispositivo funzionale alla legittimazione della competizione tra talenti, inscrivendosi pienamente nelle logiche della governamentalità neoliberale.
La competizione, elemento principale del potere del merito, ha di fatto imposto una continua conformazione agli standard efficientisti e abnegativi al lavoro e alla produttività estesa a tutte le sfere della propria vita, fino a incarnare l’idea prettamente neoliberista secondo la quale incentivare e premiare la performance sia positivo per la produttività generale. Tale processo è anche frutto di ciò che Michel Foucault concepiva come uno slittamento dallo scambio alla competizione – ormai formalizzata in ogni sua forma –, figlia dell’economia neoliberale, a sua volta frutto della scuola ordoliberale degli anni Trenta7.
Nella trama di tale discorso, ormai prevalente, dunque, i sistemi di welfare andrebbero depotenziati, per non dire smantellati, in quanto percepiti come inefficaci nell’allocazione delle risorse a causa della presenza dei cosiddetti non meritevoli. Il workfare dovrebbe allora sostituire il welfare riconfigurando Stati e assetti politici e sociali, in nome di un messaggio molto chiaro: “il merito deve sostituire il diritto”8.
Tuttavia, come sottolineato da Salvatore Cingari, è proprio nelle retoriche del populismo di mercato che la meritocrazia costituisce uno snodo cruciale con indirizzi neoliberali e tecnocratici, sottesi ai neopopulismi. Finanche la giustizia sociale viene ridefinita nella sua sostanza: da principio di equa distribuzione delle risorse ispirato a uguaglianza e dignità umana, essa viene riorientata verso il paradigma competitivo che, facendo leva sul rispetto delle differenze, produce l’illusione di una partecipazione universale alla gara dei talenti. Inoltre, tale dinamica produce un effetto di dissimulazione anche rispetto alla dimensione patriarcale, la quale, riformulata, viene presentata come progressivamente superabile attraverso la retorica della valorizzazione delle differenze e dei talenti individuali. In questa prospettiva, le disuguaglianze di genere non vengono più lette come espressione di rapporti strutturali di potere, ma come residui destinati a essere riassorbiti dalla competizione meritocratica. Tuttavia, tale rappresentazione coesiste con la persistenza, in molti contesti, di assetti sociali e politici segnati da orientamenti culturali reazionari. Rispetto a tale orizzonte, rileggere Young alla luce della contemporaneità, consente di riappropriarsi del significato originariamente distopico del lemma meritocrazia, e di guardare il merito come un tramite del dominio che favorisce solo forme di talento prodotte e riconosciute dal potere dominante, fino a farsi discorso antropologico che pervade la sfera ontologica. La meritocrazia agisce, in tal senso, come dispositivo di depoliticizzazione, sostituendo la lotta per la redistribuzione collettiva con l’imperativo della performance individuale e contribuendo ad anestetizzare il conflitto sociale a causa dell’invisibilizzazione di società e classi, derivante dalla centralità dell’individuo iper-responsabilizzato. Al contempo, tenendo presente che il dettato meritocratico mira a ridefinire, oltretutto, il concetto di giustizia sociale, risulta dirimente l’analisi del nesso tra il potere del merito e le trasformazioni recenti della politica europea. Quest’ultima, segnata dall’ascesa dei neopopulismi sovranisti e dal rafforzamento delle destre al governo, strumentalizza la meritocrazia nell’intreccio con una persistente e rinnovata retorica del “noi” contro “loro” che struttura il conflitto politico contemporaneo. Si tratta della stessa retorica populista che contribuisce a destabilizzare l’ordine costituzionale e democratico, pur ponendosi come “l’epitome della democrazia”9.
È anche in questa ridefinizione del concetto di giustizia sociale che neoliberismo e neopopulismo materializzano la loro alleanza: l’idea di giustizia individuale basata sul merito si configura come dispositivo retorico ricorrente nei discorsi pubblici, politici e istituzionali, contribuendo alla naturalizzazione delle disuguaglianze più macroscopiche. Si assiste così a una sorta di ritorno al “governo dei migliori”, in cui la postura meritocratica legittima politiche e pratiche pubbliche che difendono i bisogni delle élite protagoniste del miglioramento e della crescita della produttività dei Paesi. Bisogni che, in realtà, evidenziano una tensione interna alla definizione stessa di meritocrazia, la quale si configura come rovesciamento del paradigma marxista mediante l’inversione della formula “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” nella sua forma speculare “a ciascuno secondo le proprie capacità, da ciascuno secondo i propri bisogni”. In tal modo, il principio di giustizia viene ridefinito in senso profondamente prestazionale: il criterio distributivo si allontana dalla centralità dei bisogni per spostarsi verso la valorizzazione delle capacità individuali, le quali diventano la porta di accesso alle risorse e alle forme di riconoscimento sociale.
È in questo quadro che emerge, quindi, il connotato populista sotteso al dispositivo neoliberale: viene occultato lo smantellamento dello Stato sociale e vengono ridefiniti i criteri di appartenenza al “noi”10 attraverso parametri di valore, produttività e conformità. In questa intersezione, la meritocrazia contribuisce a rimodellare i confini della cittadinanza e a giustificare nuove forme di esclusione, spesso articolate lungo linee nazionali, culturali e di genere.
Proprio in relazione alle questioni di genere, nello specifico, finanche una parte del discorso femminista è stata declinata secondo l’imperativo meritocratico, neutralizzandone il potenziale critico e trasformativo fino a contribuire a quello che Nancy Fraser ha definito “lo sventramento della democrazia”11, risignificando le lotte come problema di accesso individuale alle élite piuttosto che come manifestazioni del dominio delle strutture politiche, economiche e sociali.
Da quella che Fraser definisce “relazione pericolosa del femminismo con il neoliberalismo12, emerge l’ambivalenza di fondo del femminismo che lo induce ad allearsi (anche) con l’individualismo liberale e meritocratico. In tale orizzonte, il “nuovo spirito del capitalismo”, nella definizione di Boltanski e Chiapello13, ha inglobato alcune componenti del femminismo della seconda ondata, riorientando le aspirazioni emancipative femminili entro i dispositivi dell’accumulazione capitalistica. Anche le nuove forme di emancipazione – individualizzate, competitive e volte prevalentemente al riconoscimento – vengono riorganizzate dal dispositivo meritocratico risultando, pertanto, imbrigliate in schemi capitalistici concentrati nell’accumulazione di capitale e nei dispositivi economici e simbolici che ne garantiscono la riproduzione. Per di più, soggetto meritocratico – e dunque neoliberale – e postfemminismo14 si articolano in una medesima struttura di riproduzione delle disuguaglianze, radicata nelle gerarchie sociali dominanti. La complessità di tale quadro toglie, dunque, la possibilità di portare avanti un discorso sul potere, in un vortice che si rinnova continuamente nella costante illusione di un soggetto libero di scegliere.
La grammatica del femminismo subisce allora una torsione dirimente: questo linguaggio contribuisce addirittura all’esaltazione del merito, servendosi dell’espediente della retorica del talento, dello sforzo e dell’empowerment individuali. Di fatto, essendo una precisa declinazione del femminismo neoliberista15 – a sua volta elemento dello Stato neoliberale –, anche il “femminismo meritocratico” non ha bisogno della sfera sociale: “lo Stato neoliberista è asociale perché non è interessato al legame sociale; esso può essere forte e autoritario (e basarsi sull’unificazione coatta), oppure paternalistico (e basarsi sul pensiero unico auto-legittimato): in tutti i casi, non ha bisogno della società”. Prendendo in prestito ancora le parole di Nancy Fraser, nell’orizzonte di un sapere storicamente situato nei nostri corpi incarnati, “abbiamo bisogno di essere più storicamente consapevoli, in quanto operiamo su un terreno che è anche abitato dalle forze neoliberali”16.
La nuova egemonia meritocratica marginalizza quindi il dibattito pubblico al punto di concentrarsi esclusivamente sulla presunta efficienza della governance – “dispositivo biopolitico del capitalismo biocognitivo finanziarizzato”17 –, depotenziando gli istituti democratici e alimentando un nuovo immaginario sostenuto da una ormai consolidata narrazione sociale, che si articola perfino attraverso la produzione di uno spazio dell’“abietto”, inteso come ambito di esclusione simbolica di quei soggetti non riconosciuti come meritevoli o legittimi. Difatti, un altro effetto di un’impostazione meritocratica per quanto riguarda la società è l’avvitamento a senso unico sull’individuo e l’iper-responsabilizzazione di quest’ultimo, con la diretta – e non latente – conseguenza della “costruzione sociale di “vite di scarto”, di “rifiuti” o di quella che Loïc Wacquant […] chiama marginalità avanzata”18.
Da tale cornice risulta chiaramente come i neopopulismi costituiscano, dunque, l’ultima transizione della governamentalità neoliberale, costruita sull’esclusione e sulla dichiarata chiusura verso temi come quelli dei diritti umani. Inoltre, gli stessi governi europei che hanno interiorizzato questi imperativi, costruendo le loro politiche su linee di indirizzo neoliberali e neopopuliste hanno anche fatto esperienza di una nuova forma di autoritarismo convergente in un nuovo posizionamento “nazional-neoliberalista”. Tra questi, incrociando i dati dell’ultimo Report Meritometro 202519 con la composizione delle coalizioni di governo nei Paesi europei – o, più in generale, con i contesti segnati da una forte ascesa di movimenti reazionari e conservatori di destra –, risultano esemplari i casi di Italia, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Ungheria, Polonia, Francia e Germania. In tali contesti nazionali, la retorica del merito tende a essere mobilitata come dispositivo di legittimazione, intrecciandosi con istanze neoliberali e neopopuliste, concorrendo alla riorganizzazione delle gerarchie sociali e politiche. Tuttavia, questa tendenza, soprattutto nei comportamenti istituzionali, si serve della propaganda contro il “globalismo”, ma non ne mette in discussione le fondamenta capitalistiche. Peraltro, il dispositivo meritocratico pone sotto i riflettori della scena politica, economica e sociale la propria vocazione a venire meno a princìpi democratici (e costituzionali) come la dignità umana, la solidarietà e i rapporti civili nella collettività.
Un ulteriore elemento di convergenza tra neopopulismi e meritocrazia è individuabile nella mobilitazione del risentimento collettivo: i neopopulismi ricorrono alla mobilitazione del risentimento per legittimare le proprie scelte e consolidare l’egemonia del mercato; la meritocrazia, invece, ne alimenta la produzione tra i soggetti esclusi dagli assetti politico-sociali dominanti, che costruiscono modelli di cittadinanza “meritevole” in opposizione a figure non meritevoli. Ad ogni modo, tali elementi mettono in luce anche il nuovo ruolo della politica: non è più quest’ultima a essere al di sopra delle parti che costituiscono il mercato, bensì quest’ultimo a dettare le regole del gioco rendendola ancella dei suoi interessi.
In definitiva, la meritocrazia si presenta come dispositivo ideologico20 dei neopopulismi contemporanei anche per un altro fattore: essa, infatti, si lega alle strategie ricorrenti del costante attacco all’uguaglianza in nome della libertà. Di fatto, l’imperativo meritocratico tende a privilegiare una concezione “negativa” della libertà, giustificata in nome dell’uguaglianza delle opportunità; si tratta di un legame che si manifesta sul piano delle relazioni di status, entro cui si strutturano le gerarchie sociali.
Nel quadro di una “postdemocrazia neoliberista”, la “narrazione del merito” si impone come uno snodo cruciale per l’analisi delle riconfigurazioni ideologiche contemporanee, diventando un concetto in grado di combinare promesse di equità, logiche di esclusione e retoriche identitarie, e contribuendo non solo alla legittimazione delle disuguaglianze, bensì soprattutto alla trasformazione delle forme del conflitto politico nelle democrazie europee.
Interrogarsi sul termine “meritocrazia” significa, dunque, interrogarsi sulla democrazia, sulla sua crisi, sulle tensioni che l’hanno indebolita generando disuguaglianze21. Ciò implica, in definitiva, non solo una critica decostruttiva delle retoriche ideologiche del potere del merito, ma anche la riapertura di uno spazio teorico in cui questa categoria, storicamente situata nelle democrazie europee contemporanee, possa essere problematizzata, consentendo di ripensare eguaglianza, giustizia sociale e riconoscimento al di fuori di una narrazione politica impegnata a naturalizzare le disuguaglianze che pretende di governare.
Note
- Alan Fox, Class and Equality, in «Socialist commentary», 1956, pp. 11-13.
- Michael Young, The rise of meritocracy. 1870-2033, London, Transaction publisher, 1994.
- Cingari, La meritocrazia, Roma, Futura, 2020, p. 79.
- Il concetto di „postdemocrazia”, elaborato daColin Crouch in Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003, designa una configurazione politico-istituzionale in cui le forme e le procedure democratiche restano formalmente intatte, ma risultano progressivamente svuotate nella loro sostanza partecipativa. Tale fenomeno, dunque, non implica la fine della democrazia, bensì la sua trasformazione in un assetto in cui la dimensione competitiva e oligarchica prevale su quella deliberativa e partecipativa. In aggiunta, si rimanda anche a Elia Zaru, „Postdemocrazia o de-democratizzazione? Alcune riflessioni tra storia e politica sul dibattito contemporaneo”, in Scienza & Politica, vol. XXXV, no. 69, 2023, pp. 201-216.
- L’elaborazione del concetto di “razionalità neoliberale” può essere ricondotta, sul piano genealogico, alle analisi sulla governamentalità sviluppate daMichel Foucault nel corso Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978- 1979), Milano, Feltrinelli, 2015. Tale nozione è stata in seguito ripresa, articolata e resa più sistematica sul piano teorico da Pierre Dardot e Christian Laval in Dardot e C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, Roma, DeriveApprodi, 2019, dove assume una forma concettualmente più stabilizzata e analiticamente definita.
- Luigi Ferrajoli, „L’alleanza perversa tra sovranismi e liberismo”, in Costituzionalismo.it, Fascicolo 1, 2019, pp. 1-15.
- Jonathan Hearn, „Reframing the History of the Competition Concept: Neoliberalism, Meritocracy, Modernity”, in Journal of Historical Sociology, 2021, pp. 375-392.
- Salvatore Cingari, Meritocracy: „The Keyword of Market Populism”, in Juan José Gómez Gutiérrez, José Abdelnour-Nocera, Esteban Anchústegui Igarta (eds.), Democratic Institutions and Pratices. A Debate on Governments, Parties, Theories and Movements in Today’s World, London, Springer, 2022, pp. 125-136.
- Carlo Fusaro,„L’ascesa del populismo in Europa. Italia, la terra promessa”, in Briefing Paper del Devolution Club, n. 1, 2020, p. 7.
- La prospettiva adottata in questa analisi è quella di Giorgia Serughetti, la quale in „Autenticità, identità e politica. Il problema del «noi»”, in Teoria politica, no. 14, 2024, pp. 73-88, analizza come la politica dell’identità rischi di diventare una risorsa per lo Stato liberale per attribuire diritti basati su “status particolari”. Serughetti mostra, inoltre, come la politica dell’identità, se separata dalle istanze sociali, finisca per adottare proprio il lessico dell’individualismo Il risultato è un “noi” che non è più un soggetto di lotta universale, ma un insieme “frammentato” di categorie che devono dimostrare la propria legittimità (o “conformità”) fino a essenzializzarle per essere riconosciute. Oltretutto, viene messa in rilievo anche latrasformazione interna della soggettività politica, che ha scambiato la lotta per la giustizia sociale con la ricerca dell’autenticità individuale, rendendo così più facile per il dispositivo neoliberale imporre i propri parametri di conformità e produttività.
- Nancy Fraser,„Oltre l’ambivalenza: la nuova sfida del femminismo”, in Scienza & Politica, XXVIII, no. 54, 2016, p. 93.
- Ibidem, p. 94.
- Il concetto di “nuovo spirito del capitalismo”, elaborato da Luc Boltanski ed Ève Chiapello in Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis, 2014, designa una trasformazione storicamente situata delle forme di giustificazione del capitalismo a partire dalla crisi del modello fordista e dalle contestazioni del secondo Novecento. In tale prospettiva, il capitalismo si stabilizza e si rinnova attraverso un processo di incorporazione selettiva delle critiche a esso rivolte (in particolare la critica “artistica”, centrata su autonomia, creatività e rifiuto delle gerarchie, e la critica “sociale”, attenta a disuguaglianze e sfruttamento), rielaborandole in un nuovo repertorio normativo che valorizza flessibilità, autonomia individuale, progetto e auto-realizzazione. Più che una semplice ideologia economica, lo “spirito” del capitalismo è qui inteso come una configurazione storica di giustificazioni e dispositivi di legittimazione che rendono l’ordine capitalistico essenziale e normativamente accettabile.
- Per approfondire la nozione di postfemminismo, e postfemminismo reazionario, si rimanda a Silvia Vida, „Postfemminismo reazionario”, in Annalisa Verza, Silvia Vida (a cura di), Postfemminismo e neoliberalismo, Roma, Aracne, 2020, pp. 47 ss.
- La nozione di femminismo neoliberista, elaborata daCatherine Rottenberg denota una riconfigurazione contemporanea del discorso femminista in cui le istanze di emancipazione vengono progressivamente riformulate entro il quadro normativo del neoliberismo. In tale prospettiva, l’enfasi si sposta dalla critica strutturale delle disuguaglianze di genere alla valorizzazione dell’autonomia individuale, della responsabilità personale e dell’autoimprenditorialità, configurando un soggetto femminile chiamato a realizzarsi attraverso pratiche di auto-ottimizzazione e gestione di sé. Il femminismo neoliberista tende così a inscrivere le rivendicazioni di genere entro logiche di mercato e di competizione, contribuendo, almeno in parte, alla depoliticizzazione delle istanze femministe e alla loro integrazione nei dispositivi dell’accumulazione capitalistica.
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- Forum della Meritocrazia, „Meritometro 2025. Undicesima edizione”, Giorgia Neglia (a cura di), Milano, Forum della Meritocrazia, 2026, pp.1-18.
- Ideologico inteso come “sistema di idee” di ogni persona e che ha natura storico-politica piuttosto che fisiologica. Cfr. Michele Filippini, „Tra scienza e senso comune”, in Scienza & Politica, XXV, no. 47, 2012, p. 92.
- Raffaele La Regina, „L’abbaglio del merito”, in AREL La Rivista, no. 1, 2021, p. 112.
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