Coordonat de Sabin Drăgulin și Angelo Chielli
Volum XIII, Nr. 4 (50), Serie nouă, septembrie – noiembrie 2025
Italia e Stati Uniti nel Mediterraneo
Italy and the United States in the Mediterranean
Nicola NERI
Abstract: The relationship between the United States and the Mediterranean is the story of an ancient one, indeed, one that is fundamental and constitutive of the birth and independence of the former British colony. This relationship naturally had to be rooted in relations with the pre-unification states of the Italian peninsula first, and then with unified Italy. Despite a brief period of
conflict during the Second World War, the relationship between the two countries has remained one of deep-rooted friendship, certainly motivated by their respective strategic interests, but also influenced by human and cultural factors. The Cold War and the NATO alliance have essentially solidified this state of relations, a state not belied by the current tendencies of the American administration and the Italian government.
Keywords: British colony, Italian peninsula, Second World War, the Cold War, NATO.
Sebbene di più difficile percezione comune, l’interesse degli Stati Uniti per il Mediterraneo è risalente e potrebbe addirittura essere definito originario. Sarebbe in effetti già sufficiente citare il primo verso dell’inno dei Marines a riprova di questo profondo coinvolgimento: “From the Halls of Montezuma to the shores of Tripoli”. Ma varrebbe la pena rammentare anche il fatto che il primo paese a riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti è stato il Marocco del sultano Muhammad III, nel 1777, con la conseguente auspicata apertura dei suoi porti alle navi americane. Nel 1789 il presidente George Washington, profondamente interessato a questo scacchiere apparentemente lontano, esperì un approccio diplomatico con il sultano avente per scopo il contenimento delle scorrerie dei corsari barbareschi. Furono, questi atti, il principio applicato di un interesse strategico perdurante a tutt’oggi[1].
Parimenti, le ottime relazioni con l’Italia contano un significativo precedente con il Regno di Sardegna, quando quest’ultimo concesse agli Stati Uniti la possibilità di creare un deposito navale alla Spezia[2]. Tutto questo non deve sorprendere, atteso che la libertà marittima e commerciale era e rimase tradizionalmente uno dei cardini della politica estera e di sicurezza americane.
Né si può tacere o considerare fuori contesto il grande flusso migratorio che dall’Italia, nonché dall’Europa meridionale in generale, interessò le Americhe e gli Stati Uniti in particolare. Questo potente fattore umano, pur con le sue ovvie difficoltà e occasionali o episodiche asprezze, generò un positivo modello di relazione che tanta parte, e molto successo, avrebbe avuto nella nascita del mito collettivo di entrambi i Paesi.
Verso il Mediterraneo, in ogni caso, gli Stati Uniti sarebbero stati spinti dalla ricerca del potere marittimo che, è bene ricordarlo, essi furono i primi a teorizzare con gli studi dell’ammiraglio Alfred Thayer Mahan[3]. Gli americani infatti, nel XIX secolo, avevano teorizzato un concetto che gli italiani hanno concretizzato nel corso della loro storia unitaria: non può esistere una costa sicura e protetta se anche la costa opposta non gode della stessa sicurezza[4].
Non va però trascurato di rammentare la tradizione ricorrente di indifferenza, o addirittura di insofferenza, che ha frequentemente percorso la politica americana nei confronti dell’Europa, e che ha occasionalmente condotto ad esiti paradossali, come la politica di Woodrow Wilson, societaria, internazionalista e multilaterale, smentita subito dopo il suo esordio dall’assenza degli Stati Uniti nel consesso della Società delle Nazioni.
Tuttavia, il primum movens dell’intervento americano nei grandi conflitti del Novecento risiede, in termini strategici e geopolitici, nella risoluta determinazione di impedire il controllo della massa eurasiatica ad una singola Potenza ostile. Era pertanto semplicemente naturale che l’Italia e il Mediterraneo fossero funzionali a questo obiettivo. Si dovrebbe dunque ritenere che questo concetto sia una invariante anche nella politica di Donald Trump.
Com’è noto, gli Stati Uniti furono, tra le Potenze alleate, i più indulgenti verso l’Italia alla fine del Secondo Conflitto Mondiale, atteso che ebbero relativamente poco a soffrire nello scontro diretto, limitato alla campagna di Tunisia e allo sbarco in Sicilia, che pure ebbero molti momenti cruenti, e che costituirono un altro dei protagonismi militari americani nel teatro mediterraneo.
Nel secondo dopoguerra il primo intervento significativo della politica statunitense in ambito mediterraneo può essere individuato nell’enunciazione della “Dottrina Truman”, nel 1947. Questa dottrina precedette sia il Piano Marshall che la costituzione della NATO, rappresentando un precoce segnale della crescente preoccupazione degli Stati Uniti riguardo alle minacce politiche e militari, attuali e potenziali, che l’Unione Sovietica costituiva per l’Europa occidentale e il Mediterraneo, almeno nella percezione dei decisori americani. Gli interventi economici e militari statunitensi a favore della Grecia, impegnata in un’aspra guerra civile, e della Turchia, soggetta a pressioni sovietiche nei Dardanelli e lungo i propri confini orientali, segnarono i primi atti concreti da cui potette scaturire la politica bipartisan di contenimento. Tale strategia di contenimento, sia diplomatica che militare, dell’Unione Sovietica, si affermò storicamente come una pietra miliare della politica estera degli Stati Uniti nel corso della Guerra Fredda. Le motivazioni politiche e militari sottese alla “Dottrina Truman” e al suo approccio diplomatico bilaterale – esemplificato in trattati di sicurezza distinti con Grecia e Turchia – hanno altresì delineato l’orientamento successivo di lungo periodo delle relazioni statunitensi con i paesi del Mediterraneo. In effetti: “…la Guerra Fredda da un lato impedì all’Europa di proseguire nelle vecchie rivalità tra gli Stati che l’avevano portata all’autodistruzione, dall’altro costrinse gli Stati Uniti, se volevano esercitare la loro leadership, a venire a patti con le tradizionali regole della politica di potenza”[5].
Sebbene temperato dal relativamente lungo periodo di cobelligeranza con gli Alleati, lo status di ex nemico continuerà a pesare sul trattamento riservato all’Italia dopo la Seconda guerra Mondiale. Personalità come Alcide De Gasperi, Carlo Sforza, Mario Alberto Tarchiani e Pietro Quaroni ebbero modo di giganteggiare nel recupero dell’Italia al prestigio e alla considerazione della comunità internazionale. Per l’Italia furono faticosi sia l’ingresso nelle Nazioni Unite che nell’Alleanza Atlantica. E sebbene Roma alla fine figurò tra i firmatari originari, questa fu un’operazione tutt’altro che semplice o scontata. I negoziati furono minuziosi e rimasero a lungo, e fino all’ultimo, incerti. L’ambasciatore italiano a Washington, Tarchiani, così scriveva a Sforza, nel maggio del 1948, di un suo importante colloquio con il segretario di Stato americano, George Marshall: „Il segretario di Stato ha aggiunto che qui ci si rendeva evidentemente conto della necessità che anche l’Italia come la Francia dovesse essere messa in grado di possedere forze armate equilibrate ed efficienti, ma che i termini precisi di questa assistenza erano tuttora allo studio e che egli non poteva darmi nessun elemento preciso. Teneva comunque ad assicurarmi che in caso di deprecata necessità, una forma di protezione immediata avrebbe potuto essere assicurata dalle importanti forze navali che l’America aveva nel Mediterraneo, alle quali potevano rapidamente aggiungersi incrociatori e portaerei. Egli non era portato ad esagerare il valore offensivo degli apparecchi che si trovano a bordo della portaerei ma riteneva che questi potevano costituire un buon elemento di difesa immediata delle zone eventualmente attaccate.
Ho ricordato anche al segretario di Stato la difficile situazione in cui ci troviamo nel settore di Trieste specie in relazione al recente notevole aumento del bilancio jugoslavo nella parte dedicata alle spese per gli armamenti. Gli ho accennato, sulla base delle informazioni fornitemi da questo addetto militare, alla scarsezza e all’insufficiente armamento delle nostre unità di prima copertura in quella zona. Marshall, abbandonandosi ad una dissertazione nella quale si sentiva più l’ex capo di Stato Maggiore che non il segretario di Stato, ha commentato l’eccessivo costo delle divisioni corazzate e l’utilità di disporre invece di bene armate e addestrate divisioni di fanteria. Ha anche sottolineato la necessità di disporre di un efficiente Stato Maggiore e di una adeguata aviazione. Gli ho risposto che l’Italia avrebbe naturalmente tenuto conto, nella pratica, di quanto gli americani e le altre nazioni dell’Occidente europeo avrebbero deciso in fatto di difesa nazionale e comune e che, avendo bisogno di armi, ne avremmo certo concordato con essi il numero e le caratteristiche per organizzare delle forze armate ben bilanciate ed efficaci. Marshall mi ha risposto che eventuali contatti di carattere tecnico si sarebbero potuti avere, se del caso, al mio ritorno quando le varie possibilità pratiche saranno state chiarite sia qui sia da noi.
Nel congedarmi mi ha detto di recare al Governo italiano l’assicurazione dell’amicizia cooperante degli Stati Uniti”[6].
Il successore di Marshall, Dean Acheson, scrivendo al presidente Truman alla vigilia della firma del Patto Atlantico, elencava gli argomenti contro e a favore dell’ammissione dell’Italia:
- L’Italia non si trova fisicamente sull’Oceano Atlantico settentrionale.
- L’inclusione dell’Italia estenderebbe gli impegni delle Parti oltre l’area dell’Atlantico settentrionale nel Mediterraneo. I problemi di sicurezza mediterranea potrebbero essere affrontati meglio in un accordo di sicurezza mediterraneo separato.
- L’inclusione dell’Italia solleverebbe legittime domande sul perché anche la Grecia e la Turchia non siano incluse.
- Le clausole di limitazione degli armamenti del Trattato di Pace limitano severamente la dimensione dell’apparato militare italiano e quindi il contributo che può dare attraverso l’autoprotezione e l’assistenza reciproca alla sicurezza collettiva dell’area dell’Atlantico settentrionale.
- In quanto membro del Patto, l’Italia si aspetterebbe che il suo territorio fosse difeso, il che sarebbe difficile e comporterebbe un onere sulle limitate forze e risorse militari disponibili per le altre Parti.
- In due guerre mondiali, l’Italia ha dimostrato di essere un’alleata inefficace e inaffidabile, cambiando schieramento in entrambe le guerre.
- Nel 1940, l’Italia ha pugnalato Francia e Regno Unito alle spalle. 8. L’inclusione di uno stato ex nemico sarebbe un affronto inutile all’Unione Sovietica e darebbe ulteriore spazio a accuse russe sulle intenzioni degli Stati Uniti di circondare l’Unione Sovietica.
Tra gli argomenti a favore dell’inclusione dell’Italia erano elencati i seguenti:
- Il criterio essenziale per l’adesione non è tanto ciò che un paese specifico può contribuire alla difesa comune, né le forze disponibili per la sua difesa, ma se un paese è sufficientemente vitale per la sicurezza delle altre Parti, al punto che un attacco armato contro di esso richiederebbe un’azione militare da parte delle altre Parti.
- Il Presidente, il 10 febbraio [15 marzo] 1948, approvò la conclusione del Consiglio di Sicurezza Nazionale secondo cui “gli Stati Uniti dovrebbe fare pieno uso del proprio potere politico, economico e, se necessario, militare per prevenire che l’Italia cada sotto il dominio dell’URSS, sia attraverso attacchi armati esterni che attraverso movimenti comunisti guidati dai sovietici all’interno dell’Italia, finché il governo legalmente eletto italiano mostri determinazione a opporsi a tale aggressione comunista.”
- Lo scopo del Patto è prevenire un attacco armato su determinati paesi (che, in base alla decisione del NSC, dovrebbe includere l’Italia) chiarendo in anticipo all’Unione Sovietica che un attacco armato contro quei paesi comporterebbe azioni militari congiunte delle altre Parti, compresi gli Stati Uniti.
- Anche sotto le limitazioni del Trattato di Pace, l’Italia ha la terza marina più grande dell’Europa occidentale, un esercito autorizzato di 12 divisioni da combattimento già esistenti, un’aviazione con 350 aerei, di cui 200 caccia, e una delle flotte mercantili più grandi d’Europa, con un surplus di marinai addestrati. Questo confronto è favorevole rispetto alle forze e alle risorse militari di altri paesi come la Norvegia e la Francia, che, sebbene sia contata per la maggior parte delle forze di terra disponibili, prevede di mantenere solo 9 divisioni.
- Il nord Italia ha un complesso industriale altamente sviluppato e il paese ha un surplus di manodopera qualificata, che potrebbe essere utilizzata, se disponibili armi, dopo l’inizio di una guerra, liberando l’Italia dai limiti imposti dal Trattato.
- Le autorità militari statunitensi hanno stimato che, “in termini di guerra terrestre in Europa occidentale, l’Italia è strategicamente importante. In termini di guerra navale, non c’è dubbio sulla sua potenzialità strategica critica rispetto al controllo del Mediterraneo”. È di grande importanza negare a un nemico l’uso dell’Italia come base per la dominazione marittima e aerea del Mediterraneo centrale, così come negare l’accesso al complesso industriale e alla manodopera dell’Italia.
- I francesi considerano l’Italia vitale per la difesa della Francia, e le autorità militari dei due paesi sono attualmente impegnate in colloqui di comando.
- L’Italia è, per razza, tradizione e civiltà, un membro naturale della comunità dell’Europa occidentale, è impegnata in un’unione economica con la Francia, ha partecipato attivamente al movimento per l’integrazione dell’Europa occidentale ed è stata inclusa fin dall’inizio nel Consiglio d’Europa. Sarebbe illogico escludere l’Italia dal Patto mentre si incoraggiano gli sforzi per integrarla ulteriormente, economicamente e politicamente, con le altre Parti europee.
- Il governo francese ha fortemente insinuato che non sarebbe in grado di firmare o ottenere la ratifica del Patto se l’Italia non fosse inclusa.
- L’Italia può logicamente essere invitata a diventare parte del Patto sulla base della continuità geografica, un argomento non applicabile a Grecia e Turchia.
- La disposizione nel Patto per l’adesione prevede l’ammissione, previo accordo, di qualsiasi paese europeo “in grado di promuovere i principi di questo Trattato e contribuire alla sicurezza dell’area dell’Atlantico settentrionale”. Sebbene al momento non siano considerati altri paesi oltre agli stati scandinavi, Islanda, Portogallo, Irlanda e Italia, è desiderabile, dal punto di vista dell’opinione pubblica sia negli Stati Uniti che in Europa, rendere chiaro che qualsiasi paese europeo disposto a sottoscrivere i principi del Trattato e a svolgere le proprie responsabilità può diventare membro. 12. Gli Stati Uniti hanno, dalla fine della guerra, specialmente prima delle elezioni italiane del 1948 e attraverso aiuti provvisori e il Piano di Recupero Europeo (ERP), dedicato moltissimo sforzo a rafforzare l’orientamento occidentale dell’Italia e a indebolire la minaccia comunista nel paese. Il governo italiano ha compiuto sforzi simili e ha fatto notevoli progressi nell’ultimo anno. Nel processo, ha cercato, nonostante la forte opposizione comunista, di preparare l’opinione pubblica italiana a una cooperazione più stretta con l’Europa occidentale e all’adesione al Patto Atlantico. Ha chiesto due volte di essere inclusa nel Patto e, nella seconda occasione, di partecipare immediatamente alle discussioni. L’ambasciatore Dunn avverte fortemente che un rifiuto all’Italia in questo contesto, unito alla nostra incapacità di soddisfare le aspirazioni italiane per tutte le sue ex colonie, annullerebbe sostanzialmente quanto guadagnato in Italia nell’ultimo anno e porterebbe il governo italiano ad adottare una posizione di neutralità, cercando di mettere in conflitto l’Occidente contro l’Est. Un rifiuto aumenterebbe l’influenza comunista in Italia e screditerebbe il governo attuale e le sue politiche pro occidentali.
- Poiché i paesi del Trattato di Bruxelles e il Canada si mostrano sempre più disposti ad includere l’Italia e poiché i francesi mantengono gli italiani costantemente informati, il governo e la popolazione italiana concluderebbero che un rifiuto di includere l’Italia sarebbe principalmente responsabilità degli Stati Uniti e indicherebbe un riscaldamento definitivo del nostro atteggiamento verso quel paese.
- Se l’Italia non è invitata a essere firmataria originale, la reazione dell’opinione pubblica italiana alla sua esclusione potrebbe rendere impossibile per il governo accedere in un secondo momento[7].
Gli uffici discussero animatamente e intensamente circa la partecipazione dell’Italia prima di risolversi verso l’ammissione[8]. Rapidamente il presidente Truman ed altri autorevoli leader politici si dichiararono nettamente a favore dell’invito all’Italia come firmataria originaria del patto[9].
Tra le correnti di opinione che l’ambasciatore italiano a Washington si preoccupò di attivare in favore dell’Italia vi fu anche la gerarchia cattolica americana, come scriveva a Sforza nel marzo del 1949: “…mi adoperai affinché qualche alto prelato americano segnalasse a chi di dovere l ‘importanza di mostrare solennemente al mondo cattolico che la difesa dell’Italia, centro del cattolicesimo, era compresa nei piani americani… da parte cattolica americana fu svolta riservatamente un’azione a noi favorevole”[10].
Tarchiani si premurò ovviamente di rendere consapevole il suo ministro degli esteri dei termini fondamentali dell’alleanza: „…in base al Patto, eventuali attacchi contro uno dei membri è considerato rivolto contro tutti. Egli ha aggiunto che Stati Uniti confidano essere fin da ora in grado di difendere effettivamente tutti i partecipanti… suoi obiettivi sono:
- l) rendere guerra meno probabile, mostrando a eventuale aggressore precisa volontà resistere collettivamente;
2) predisporre mutua assistenza;
3) predisporre consultazione fra i membri, a richiesta di uno di essi in caso di attacco o minaccia di attacco;
4) predisporre che, in caso di attacco armato contro uno dei membri, gli altri prendano individualmente e collettivamente misure necessarie per ristabilire sicurezza;
5) predisporre organi occorrenti per mutua consultazione politica e militare”[11].
Alla NATO non restarono estranei altri paesi mediterranei come la Spagna di Franco che, nel 1953, firmò un trattato ci collaborazione militare con gli Stati Uniti, nonché la Jugoslavia di Tito, oltre naturalmente ai paesi membri a pieno titolo come Grecia e Turchia. In definitiva: “Il potere marittimo della NATO può certamente essere quindi considerato uno dei «fattori di potenza» dell’Occidente per tutto il periodo della Guerra Fredda e un elemento che, nonostante il costante sforzo sovietico di dotarsi di dotarsi di una grande Marina, ha contribuito a far pendere la bilancia in favore dei popoli liberi”[12].
La crisi di Suez del 1956 rappresentò il definitivo passaggio di testimone dal controllo europeo del Mediterraneo alla VI flotta americana. L’Europa non sarebbe più stata protagonista nel Mediterraneo. Il recente successo di Trump nella gestione di un conflitto specificamente mediterraneo, come quello israelo-palestinese, ne è un ulteriore dimostrazione. L’Italia cominciò, anche in virtù del successivo spostamento dei comandi NATO del relativo teatro da Malta, divenuta completamente indipendente dalla Gran Bretagna, a Napoli, e la sempre più frequente nomina di ufficiali negli organismi direttivi dell’alleanza, ad esercitare un ruolo crescente, sempre inteso che questo veniva esercitato in forma di luogotenenza dell’azionista di riferimento della società: gli Stati Uniti.
Con il neo-atlantismo, l’Italia si comportò come se esercitasse una forma di luogotenenza degli Stati Uniti nel Mediterraneo, in Nordafrica e in Medio Oriente. È importante tuttavia sottolineare che anche la politica di terzomondismo italiano non assunse mai una connotazione antiamericana; piuttosto potette occasionalmente manifestarsi con una posizione critica nei confronti della Francia e della Gran Bretagna.
In progresso di tempo: „…tra il 1980 e il 1985, per quanto con obiettivi e modi diversi, i maggiori attori europei occidentali, i quali erano al contempo anche i più importanti attori comunitari – Gran Bretagna, Francia, Germania Ovest e Italia – si allinearono alle scelte strategiche americane partendo dal presupposto che l’individuazione di un’efficace risposta militare alla minaccia sovietica fosse, come durante gli anni di Stalin, un’esigenza prioritaria”[13].
Del 1994 è, poi, la costituzione del „Dialogo Mediterraneo”, avviato in funzione cooperativa tra sette paesi mediterranei e la NATO allo scopo di: „favorire buone relazioni, migliorare la comprensione e instillare fiducia reciproca tra i partecipanti, promuovendo così la sicurezza e la stabilità nell’area, oltre a chiarire le politiche e gli obiettivi dell’Alleanza Atlantica”. Indubbiamente questa iniziativa attesta la rilevanza attribuita alla sicurezza nel Mediterraneo e alla sua organica relazione con la stabilità europea[14].
Gli Stati Uniti continueranno sempre a considerare il Mediterraneo un teatro strategico e politico cruciale per la sicurezza europea. Sebbene questo avesse un’importanza superiore, ma non prevalente rispetto al fianco nord dell’Alleanza Atlantica, durante la Guerra Fredda, negli ultimi anni non ha rappresentato un elemento centrale nella strategia statunitense. Un aspetto strategico chiave nella storia strategica mediterranea è pertanto la costante presenza degli Stati Uniti, destinata a essere posta in relazione con la sicurezza di Israele. Questa dinamica avrebbe logicamente esteso i confini del Mediterraneo fino al Golfo Persico, comprendendo non solo le nazioni arabe, ma anche l’Iran, e arrivando infine all’Asia centrale. In definitiva gli Stati Uniti, nonostante tutta l’impalcatura ideale ed ideologica che li caratterizza sin dalla nascita, non hanno mai potuto fare a meno di essere, per le maggiori e pressante necessità strategiche e geopolitiche, e comportarsi come una potenza europea e mediterranea, e l’Italia è sempre stata ed è rimasta parte essenziale di questo processo.
La tematizzazione del concetto di “Mediterraneo allargato”, quello della marittimità rispetto al navalismo, la globalizzazione del problema della sicurezza nel Mediterraneo hanno sostanzialmente superato la logica dello scacchiere e del teatro con le sue specificità. Se il fianco settentrionale dell’Alleanza, insomma, presenta come sfida quella della minaccia, una, nota e prevedibile, il fianco meridionale è esposto alla sfida dei rischi, molteplici, incerti e, almeno fino ad un certo punto, ignoti. Tutto questo si è risolto in un nuovo protagonismo, certo problematico, del ruolo italiano. Negli ultimi anni, il Mediterraneo è diventato teatro di crisi e trasformazioni radicali che hanno avuto ripercussioni sul Medio Oriente e il Nord Africa, così come sul sud Europa e sugli interessi transatlantici in queste aree. Allo stesso tempo, l’ambiente strategico mediterraneo è sempre più soggetto all’influenza di attori esterni, provenienti dal Levante, dalle aree eurasiatiche e africane, nonché dal Mar Nero e dall’Atlantico, sia a nord che a sud. Il risultato di questi sviluppi è stata una crescente interconnessione della sicurezza mediterranea a livello globale. Gli eventi e i luoghi del Mediterraneo hanno assunto un’importanza crescente per la sicurezza globale, pur perdendo il loro aspetto esclusivamente mediterraneo. Vi sono numerosi esempi di come queste dinamiche trascendano i confini regionali. Un esempio significativo è il flusso di combattenti provenienti dall’Europa e oltre, diretti verso le zone di conflitto nel Levante e viceversa, il quale rappresenta una delle sfide più gravi per la sicurezza in gran parte dell’Europa.
Un ritorno a situazioni simili a quelle della Guerra Fredda, come quella in atto dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino, comporta immancabilmente l’aumento della presenza navale russa e occidentale nel Mediterraneo, con significative ripercussioni sulla diplomazia regionale e sull’accesso alle basi militari. Dopo un lungo periodo di assenza militare russa nella regione, si è assistito negli ultimi anni a un modesto ripristino delle operazioni navali e delle esercitazioni congiunte. Le basi in Crimea sono ovviamente cruciali per la proiezione di potenza russa nel Mediterraneo e la dipendenza tra tutti questi fattori operativi e strategici è a tutti manifesta.
La „variabile” costituita dalla seconda presidenza Trump, in realtà, non può rappresentare un così radicale giro di boa della politica americana verso il teatro strategico mediterraneo[15]. Tuttavia alcune caratteristiche di fondo di questa politica vanno sottolineate per l’intelligenza dei fenomeni in atto e futuri. Anzitutto bisogna tener conto che l’opinione che fa da sfondo alla politica trumpiana è il rifiuto al ricorso di operazioni militari all’estero[16]. In secondo luogo, fattore particolarmente rilevante in riferimento al Mediterraneo, occorre tener presente che l’equilibrio di potenza dall’esterno, the offshore balancing, è la vera bussola della politica di Trump in questo territorio operativo[17].
Non v’è dubbio, inoltre, che una significativa analogia con le problematiche con cui deve misurarsi la politica estera italiana si riscontri nella lotta all’immigrazione illegale condotta da Trump. Anche da questo punto di vista e per queste ragioni si è potuta sviluppare una affinità con l’attuale leadership politica italiana.
Soprattutto, però, studiando linguaggio, iniziative e comportamenti della presidenza americana, non si può non desumere che è veramente finita la seconda guerra mondiale. Abbiamo preso atto che tutti i paesi europei l’hanno persa. Anche la Russia, ex Unione Sovietica, alla fine. Ed è il suo tentativo di recupero di una condizione di Grande Potenza la grande sfida dei nostri tempi.
Riferimenti
Archivi
- I Documenti Diplomatici Italiani (DDI), XI serie, vol. I, nr. 1, p. 3; vol. II, nr. 463, pp. 511-512; nr. 467, pp. 514-515, nr. 480, pp. 526-527; nr. 501, pp. 548-549; vol. II, nr. 541, p. 590; vol. II, nr. 511, p. 556.
- Tarchiani a Sforza, Washington, 8 maggio 1948, R. segreto 4404/1675.
- Idem, 3 marzo 1949.
- Idem, 4 marzo 1949.
- Quaroni a Sforza, Parigi, 7 marzo 1949.
- Idem,11 marzo 1949
- Idem, 8 marzo 1949, T. S.N.D. urgente personale 2192-2191/231-233.
- Foreign Relations of United States (FRUS), Acheson a Truman, Washington, 2 marzo 1949.
Libri
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Articoli e studi
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[1] Cfr. M. de Leonardis, Alla ricerca della rotta transatlantica dopo l’11 settembre 2001. Le relazioni tra Europa e Stati Uniti durante la presidenza di George W. Bush, EDUCatt, Milano 2016, p. 15. Del medesimo autore si veda anche: M. de Leonardis (a cura di), Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra, il Mulino, Bologna, 2003, e in particolare i suoi contributi all’interno del volume: L’Italia e il Mediterraneo: tradizione storica realtà attuale, pp. 15-22, e: L’Italia: «alleato privilegiato» degli Stati Uniti nel Mediterraneo?, pp. 61-94.
[2] Sull’argomento: H. R. Marraro, „Spezia: An American Naval Base, 1848-1868”, in Military Affairs. Journal of the American Military Institute, vol. VII, 1943, pp. 202-208.
[3] Cfr. A. T. Mahan, L’influenza del potere marittimo sulla storia (1660-1783), Roma, 1994.
[4] Sull’Italia e la marittimità si veda: M. de Leonardis, „Il XIII Trans-Regional Seapower Symposium. L’importanza della marittimità a livello internazionale ed in particolare per lo Stato italiano, in „Quaderni di Scienze Politiche, Università Cattolica del Sacro Cuore”, nr. 22, 2022, EDUCatt, Milano, 2022, pp. 9-22.
[5] Cfr. de Leonardis, Alla ricerca…, op. cit., p. 26.
[6] Tarchiani a Sforza, Washington, 8 maggio 1948, R. segreto 4404/1675, I Documenti Diplomatici Italiani (DDI), XI serie, vol. I, nr. 1, p. 3.
[7] Acheson a Truman, Washington, 2 marzo 1949, Foreign Relations of United States (FRUS). Più in generale si veda: A Decade of American Foreign Policy, Basic Documents, 1941-1949 (Revised Edition), Department of State Washington, 1985, Italy, pp. 397-413.
[8] Cfr. Tarchiani a Sforza, Washington, 3 marzo 1949, DDI serie XI, vol. II, nr. 463, pp. 511-512, e Tarchiani a Sforza, Washington, 3 marzo 1949, DDI serie XI, vol. II, nr. 467, pp. 514-515.
[9] Idem, 4 marzo 1949, DDI serie XI, vol. II, n. 480, pp. 526-7, e Quaroni a Sforza, Parigi, 7 marzo 1949, DDI serie XI, vol. II, nr. 501, pp. 548-549.
[10] Idem,11 marzo 1949, R. segreto 2308/1034, DDI serie XI, vol. II, nr. 541, p. 590.
[11] Idem, 8 marzo 1949, T. S.N.D. urgente personale 2192-2191/231-233, DDI serie XI, vol. II, nr. 511, p. 556.
[12] F. Sanfelice di Monteforte, „La NATO e il potere marittimo. Lo sviluppo concettuale”, in Quaderni di Scienze Politiche, Università Cattolica del Sacro Cuore, nr. 8, 2015, EDUCatt, Milano, 2015, p. 158.
[13] A. Varsori, „I rapporti transatlantici durante e dopo la guerra fredda: tra “stabilità” ed “Atlantico più largo”, in M. de Leonardis – G. Pastori (a cura di), Le nuove sfide per la forza militare e la diplomazia. Il ruolo della NATO, Bologna 2007, pp. 106 e 107, cit. in de Leonardis, Alla ricerca…, op. cit. p. 37.
[14] Sull’argomento si veda: J. J. Carafano, US Foreign Policy in the Mediterranean Region and How it Affects Other Actors, Geographical Overview, The EMP and Other Actors, Panorama, in IEMed. Mediterranean Yearbook 2019, pp. 228-231; G. Hauser, The Mediterranean dialogue ; a transatlantic approach, I.S.U. Università Cattolica, Milano, 2006: G. M. Winrow, Dialogue with Mediterranean: the role of NATO’s Mediterranean initiative, Garland, New York, 2000.
[15] Sull’argomento si veda: A. Donno, „L’amministrazione Trump e la NATO di fronte alle crisi attuali”, in Quaderni di Scienze Politiche, Università Cattolica del Sacro Cuore, nr. 13, 2018, EDUCatt, Milano 2018, pp. 113-124.
[16] Cfr. G. Dottori, La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America, Salerno Editrice, Roma, 2019, p. 52.
[17] Ibidem, p. 123.






