Volum IV, Nr. 3 (13), Serie nouă, iunie-august 2016

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Alfredo Ferrara (a cura di), Prospettiva Gramsci. Dialoghi tra il presente e un classico del Novecento

Ledion LAKO

Alfredo Ferrara (a cura di), Prospettiva Gramsci. Dialoghi tra il presente e un classico del Novecento, Caratterimobili, Bari 2015

Il pensiero di Antonio Gramsci è uno dei lasciti intellettuali del Novecento filosofico politico italiano più rilevanti e più studiati al mondo. Dal punto di vista filologico, dunque, è difficile che un ennesimo lavoro o volume possa aggiungere molto di innovativo sui temi proposti dai lavori gramsciani.

Partendo da questo presupposto, gli autori del volume curato da Alfredo Ferrara intitolato Prospettiva Gramsci (Caratterimobili, Bari 2015) tentano di recuperare all’attualità alcuni dei temi più cari all’intellettuale sardo. Il punto di partenza, stando all’introduzione di Ferrara, è proprio l’utilizzazione del pensiero di Gramsci come mezzo per interpretare alcuni fenomeni politici e filosofici contemporanei. Scrive Ferrara, citando un celebre passaggio dall’opera di Stuart Hall Gramsci and Us: “Gramsci non ci fornisce gli strumenti con i quali risolvere il puzzle, ma ci dà i mezzi con i quali fare le domande giuste” (p.7). Così, gli autori dei saggi contenuti in questo volume tentano di fare domande che riguardano alcuni tra i temi più caldi del presente postmoderno: il ruolo della politica, la formazione del ceto intellettuale, il cesarismo politico, la liberazione delle masse, la “rivoluzione passiva”, il concetto di egemonia, i movimenti sociali.

Nel primo saggio, scritto da Giacomo Bottos, l’autore si sofferma su quello che ritiene lo specifico del rapporto tra egemonia e politica postmoderna, cioè la sua effettiva ‘spoliticizzazione. La costituzione della soggettività in tale orizzonte, presenta un carattere fondamentale,  “l’espunzione programmatica del riferimento alla politica dal suo nucleo essenziale” (p.23).

Proprio per fare fronte a questa im-politicità del postmoderno bisogna, secondo Bottos, tornare a proporre con forza la necessità di una ri-politicizzazione delle “varie funzioni sociali, economiche, associative, invertendo quel lungo processo storico che ha depauperato la politica di risorse, persone, energie” (p.26). Tutto questo, se vogliamo aderire al programma gramsciano di trasformazione della nostra forma di vita, deve essere guidato da intellettuali che non si auto-confinino in un orizzonte puramente teorico, ma che mettano a disposizione della collettività il proprio sapere critico.

Nel secondo saggio del volume Federico Carbognani e Rossella Viola, a partire dalle analisi di Bourdieu e Passeron (letti in continuità con il pensiero di Gramsci), tentano di rimettere a valore un’analisi di classe del sistema formativo. Tre sono le categorie utilizzate: l’abito, il trucco e la personalizzazione dell’insegnamento. L’assunto di fondo è che non tutti gli studenti sono uguali, al contrario essi si portano nel sistema formativo l’insieme delle abitudini e degli handicap o privilegi dati dalla loro appartenenza ad una classe sociale. L’abito, pertanto, è definito come “uno schema interiorizzato di disposizioni, di azioni, di comportamenti che permette agli studenti provenienti da gruppi sociali abbienti di rispondere con maggiore facilità alle richieste dell’istituzione scolastica.” (p.30) Quanto al trucco, esso è, al contrario dell’abito, l’atteggiamento degli studenti delle classi subalterne, i quali sin da subito interpretano sé stessi come soggetti svantaggiati dalle regole del gioco. Scopo dell’istituzione scolastica borghese, dunque, è proprio la “dissimulazione dei reali rapporti di classe e delle differenze insite in essi”. (p.32) Da ultimo, la proposta dei due autori, seguendo Gramsci, è quella di riportare alla luce tali differenze e valorizzarle, attraverso un metodo di insegnamento differenziato che tenga conto di esse e riesca a personalizzare l’azione educativa.

Nel saggio di Enrico Consoli, il focus dell’interesse si sposta su vicende di estrema attualità politica, attraverso una rilettura del concetto di cesarismo politico, inteso come “legame emozionale fra leader e seguaci” che diventa “la caratteristica preminente rispetto ad altri tipi di legami” (p.40-41) in una situazione nella quale siano venuti meno i punti di riferimento istituzionali della formazione del consenso. Secondo l’autore, e pur con i dovuti distinguo, i fenomeni di leadership dell’Italia contemporanea possono essere letti proprio in questa chiave. Le figure di Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi rispondono alla descrizione tipica dei leader carismatici raffigurati nelle analisi gramsciane sul bonapartismo, anche se, avverte l’autore, questa tendenza è comune all’intero Occidente.

Quando Partha Chatterjee e Dipesh Chakrabarty utilizzano il termine “subalterno” – scandendo di fatto la prima fase dei cosiddetti Subaltern Studies – in riferimento alla figura del contadino precapitalistico, non fanno mistero della sua origine gramsciana. In questa prospettiva Mariano Di Palma mette in discussione il nucleo stesso della nozione di cittadinanza alla luce del legame possibile tra condizioni soggettive di appartenenza identitaria (genere, extraterritorialità, postcolonialità) e condizioni sociali entro cui queste caratteristiche si esplicano. Apparentemente privi di parola, questi soggetti, posti gramscianamente ai margini della storia, possono riappropriarsi di un loro protagonismo politico proprio a partire dalla inassimilabilità ontologica e dalla differenza insuperabile di cui sono portatori.

Alfredo Ferrara ipotizza, a proposito del neoliberismo, che sia possibile utilizzare il concetto di ‘rivoluzione passiva’ “come criterio di interpretazione […] di ogni epoca complessa […] in assenza di altri elementi attivi in modo dominante”. (p.78) Nel quadro di un intervento piuttosto complesso l’autore usa questa categoria per dare un volto ai fenomeni di inclusione cui il capitalismo finanziarizzato dà vita. Il processo interpretativo legato al concetto di rivoluzione passiva che Gramsci propone del fascismo, viene recuperato e riattualizzato da Ferrara rivolto a quello che oramai definiamo ordoliberismo. Gli stessi meccanismi che utilizzava il fascismo come macchina di creazione del consenso, vengono – questa è la tesi dell’autore – utilizzati dal neo liberismo post moderno, il quale ha “l’intelligenza di fornire una solida risposta alle questioni poste dai propri tempi, presentandola come l’unica possibile”. (p.79) A questa strategia del capitale finanziario, bisognerebbe far corrispondere una adeguata capacità di un’area che si pone come critica di fornire modelli alternativi di soluzione ai problemi dominanti nella forma di vita.

In un saggio dedicato all’egemonia del capitalismo globalizzato, Giuseppe Montalbano si sofferma sul contributo che il concetto di egemonia transnazionale di Robert W. Cox ha fornito alla disciplina delle relazioni internazionali. In particolare l’autore mette a fuoco il funzionamento in ambito transnazionale delle due idee forza gramsciane di blocco storico e di egemonia, che rappresentano ancora una zona oscura dell’elaborazione della Critical Theory applicata alle relazioni internazionali.

Quanto alla prima, quella di blocco storico, Montalbano ci riporta la definizione coxiana di blocco storico “come prodotto di un potere egemonico che realizza una sfera comune di intenti e aspettative tra le maggiori forze sociali, tali da garantire la riproduzione di un dominio che gli attori riconoscano tendenzialmente come legittimo”. (p.87) L’autore, pur riconoscendo la produttività di questo approccio, tende ad evidenziare le difficoltà di una trasposizione automatica delle categorie gramsciane come quella effettuata da Cox e pone una serie di domande problematiche strutturate con documentata acutezza.

Nell’ultimo saggio, Lorenzo Zamponi si interroga sui rapporti tra i movimenti sociali e l’efficacia politica della loro azione. I temi dell’organizzazione dell’area critica e della spontaneità dei movimenti sociali non è né un tema nuovo, né un tema che abbia trovato una facile soluzione. Gramsci, tuttavia, ritiene che non vi sia un movimento sociale interamente e puramente spontaneo, esso contiene sempre in sé un elemento politico che già, seppure in nuce, lo allontana dal puro spontaneismo. Ricorda Zamponi che “anche la classe priva di coscienza del proprio ruolo, per Gramsci, non dà vita a un’azione collettiva spontanea o meccanica, bensì, semplicemente, non lascia traccia documentabile degli elementi di direzione consapevole che hanno caratterizzato la propria azione.” (p.111) Sulla traccia di questo filo interpretativo gramsciano, l’autore conduce una attualizzazione del tema in riferimento ai movimenti sociali della recentissima contemporaneità, in particolare a quelli della primavera araba, sintetizzati nell’icona di piazza Tahrir.

Alcune brevi note le dedichiamo infine a questa nuova collana dell’editore Caratterimobili di Bari, la collana “Conflitti”. Essa è diretta da Giuseppe Cascione ed Onofrio Romano e presenta un comitato scientifico internazionale di grande interesse e qualità. L’ambizione di questa collana, di cui il volume curato da Ferrara è il primo titolo, è quella di riportare la categoria del conflitto al centro della riflessione delle scienze sociali. Per troppo tempo espunto dal dibattito il conflitto riemerge oggi in forme imprevedibilmente complesse ed oblique ed è su queste forme che la collana intende indagare, nella convinzione che alla riemersione del conflitto (sociale, politico, economico, militare) dovrà corrispondere una fase di ri-politicizzazione delle nostre categorie ermeneutiche.